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AL CINE TEATRO ORIONE
DAL 07 AL 17 GIUGNO
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MENOCCHIO
 
 
VENERDI 09/11
► ore  19.45

SABATO 10/11
► ore  19.30

DOMENICA 11/11 
*ore  21.00
* ALLA PRESENZA DEL REGISTA

ALBERTO FASULO

 

 

PRIMA VISIONE ESCLUSIVA

 

Menzione speciale della Giuria dei Giovani - 71° Locarno Film Festival

Grand Prix du Jury - 35° Annecy Cinéma Italien

 

 

 

 

 

Regia: Alberto Fasulo
Attori: Marcello Martini - Menocchio, Maurizio Fanìn - Inquisitore, Carlo Baldracchi - Carceriere Parvis, Nilla Patrizio - Moglie, Emanuele Bertossi - Zanutto, Agnese Fior - Figlia, Mirko Artuso - Pre Melchiorri, Giuseppe Scarfì - Vicario generale, David Wilkinson - Cancelliere inquisitore, Roberto Dellai - Vescovo Maro, Gino Segatti - Pre Vorai
Sceneggiatura: Alberto Fasulo, Enrico Vecchi
Fotografia: Alberto Fasulo
Musiche: Paolo Forte - (musiche originali)
Montaggio: Johannes Hiroshi Nakajima (Johannes Nakajima)
Scenografia: Anton Špacapan Vončina (Anton Spazzapan)
Costumi: Viorica Petrovici
Suono: Mirrel Cristea, Sebastian Zsemlye, Riccardo Spagnol - (montaggio), Stefano Grosso - (montaggio), Daniela Bassani - (montaggio)
Aiuto regia: Chiara Santo

 
 
Domenico Scandella detto Menocchio, il 28 aprile 1584 subisce un interrogatorio da parte dell'Inquisizione. Mugnaio autodidatta di un piccolo villaggio sperduto fra i monti del Friuli viene accusato di eresia; non dà ascolto alle suppliche di amici e famigliari e invece di fuggire o patteggiare, affronta il processo. Non è solo stanco di soprusi, abusi, tasse, ingiustizie. In quanto uomo, Menocchio è genuinamente convinto di essere uguale ai vescovi, agli inquisitori e persino al Papa, tanto che nel suo intimo spera, sente e crede di poterli riconvertire a un ideale di povertà e amore.
 

 

 

Con una ricerca storiografica basata sull’opera Domenico Scandella detto Menocchio I processi dell’inquisizione (1583-1599) di Andrea Del Col e tenendosi distante dal celebre Formaggio e i Vermi di Carlo Ginzburg, Fasulo (Rumore biancoTir) inquadra l’eponimo mugnaio autodidatta (Marcello Martini, attore non professionista, mirabile, un Rutger Hauer più intenso) e ne fa corpo vivo, e ferita aperta tra i sepolcri imbiancati.

Tra eredità poetiche, simmetrie ideologiche e analogie stilistiche, da Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi a Gostanza da Libbiano di Paolo Benvenuti e Su Re di Giovanni Columbu, può venire in mente qualcosa, ma non negli occhi: questo è cinema bastian contrario, cinema di spelonca, recluso ma indomito, eretico nel profondo, nella libertà di parola (“l’ideologia” che sentiamo è spuria) e ancor più di sentire. Non è per tutti, si capisce, Menocchio, ma per qualcuno può essere tutto.("Federico Pontigiggia")

 

"..L'elemento sociale e quello spirituale sono intrecciati e inscindibili, mettere in discussione l'uno significa sfidare l'altro. E pagarne le conseguenze. Il mugnaio lo sa, ma non arretra di un passo, con il cipiglio fiero delle rughe e dell'occhio glauco di Marcello Martini, attore per caso. L'aver individuato il volto del protagonista è solo uno dei miracoli di Alberto Fasulo, che in Menocchio muta ed eleva il proprio stile, rendendolo pittorico e materico.

Non a caso una delle sequenze più potenti del film è quella in cui il mugnaio posa il suo primo sguardo sugli affreschi dell'aula in cui sarà processato. Lì osserva l'autorappresentazione del potere, una successione di papi e re che sembrano imperturbabili di fronte all'affronto del mugnaio, anche loro a fianco dell'Inquisizione nell'unitario compattarsi del Potere. Da Augusto Tretti ad Alberto Fasulo il Potere ha mille volti ma è come se ne avesse uno solo, quando si tratta di difendere la propria autorità e il proprio privilegio.

Un cinema della sobrietà, virtù rara nel cinema italiano, che fa sua la lezione di Rossellini e Bresson ma che cerca di non strafare, di non sottolineare mai l'eccesso. Senza cedere al ricatto del sentimentalismo, o della comoda semplificazione. Le inquadrature sbilenche e i primi piani deformati seguono i turbamenti dell'animo di un uomo che non smette mai di interrogarsi sulle proprie credenze, laddove chi lo giudica vive di verità assolute e incontrovertibili. Cinema per non dimenticare da dove siamo venuti e dove potremmo tornare. Per non dimenticare il sangue versato da chi ha scelto di difendere la propria irriducibile diversità di pensiero" ('mymovies')

 

 

 

 

 

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